Mega truffa fiscale: le accuse contro Bonaveno & Co

Marco Bonaveno e Selena Colusso Vio Photocredit Myspace
Marco Bonaveno e Selena Colusso Vio Photocredit Myspace

Un altro colpo di scena nella tormentata esistenza della comunità italofona che vive tra Praga e Bratislava. Vicende di pubblico interesse. Storie che catturano l’attenzione dei cittadini che lavorano e pagano le tasse. Di chi non può capacitarsi del sorgere e tramontare delle fortune di pochi privilegiati.

Ecco perché non possiamo non raccontare in dettaglio questa storia. Anche perché coinvolge il nuovo amministratore della Slovakia Group S.r.o. Tra gli arrestati dalla GdF di Venezia c’è infatti anche Marco Bonavero.

I fatti dell’inchiesta risalgono però agli anni tra il 2017 ed il 2020. Quando il ragioniere Loris Colusso era ancora vivo. La sua misteriosa scomparsa risale all’estate scorsa. L’avvicendamento alla guida di questo gruppo di società è successivo ai fatti contestati. E’ del resto impossibile ipotizzare responsabilità terze rispetto agli inquisiti ad oggi noti non essendo pubblica la lista delle aziende coinvolte. Per questo il nostro resoconto si attiene ai fatti accertati dalle autorità competenti.

Le cartiere dei “faccendieri del veneto orientale”

La presunta “maxi frode fiscale internazionale” che ha inguaiato Bonavero è assai complessa. Un giro di trasporti e pagamenti falsi. Giustificati dall’acquisto di pallet e materiali ferrosi. A beneficiarne almeno 34 società italiane. Dedite all’evasione fiscale ed all’accumulazione di patrimoni a nero.

Gli architetti dell’imbroglio sarebbero quelli che la stampa italiana bolla come i “faccendieri del Veneto orientale che gestivano una rete di cartiere“: Marco Bonaveno (san Michele al Tagliamento, 43 anni), Severino Pivetta (Fossalta di Portogruaro, 66 anni), Michele Battain  (Portogruaro, 46 anni) e Renzo Bertacco (di Cessalto, 66 anni).

La loro regia avrebbe una prima rete di 26 società di diritto straniero. Che secondo gli inquirenti sarebbero solo delle “teste di paglia”. Lo riscontrano i sequestri dei timbri e delle carte intestate. Non erano presso le sedi delle aziende all’estero. Erano custoditi in casa di uno degli arrestati. Disponibili alla bisogna.

I timbri delle società prestanome sequestrati a Bonaveno & co.
I timbri delle società prestanome sequestrati a Bonaveno & co.

Anche le attestazioni di trasporto erano fittizie. I pallet di rottami ferrosi si muovevano ed esistevano solo sulla carta. Ma la documentazione bastava a giustificare i trasferimenti del denaro. Dalle aziende italiane al primo anello di una sofisticata catena di riciclaggio.

Il rapporto di interscambio con la mafia cinese

In quella che la procura di Procura di Pordenone  definisce una “maxi frode fiscale” compare anche l’ombra della mafia cinese. Gravissime le accuse: emissione ed utilizzo di fatture false e riciclaggio. Ancora più scioccante la contestazione di una organica collaborazione tra i faccendieri veneti ed i criminali venuti dall’oriente.

Il secondo giro di fatture false sarebbe infatti stato organizzato dalle Triadi di Hong Kong e di Shanghai. Quando l’utile dei committenti italiani, ormai depositato a nome di altri nelle compiacenti banche est europee, veniva rimbalzato in Asia. Anche una volta sulla base di una documentazione contabile fraudolenta. Qui entravano in gioco gli imprenditori cinesi di Padova e Milano. Anche loro membri della “mafia del dragone”. Erano questi ultimi a restituire gli importi per contanti.  Il tortuoso scambio assicurava vantaggi importanti per tutti.

A che servivano davvero tutte queste “tarantelle”?

Le trentaquattro imprese italiane evadevano le imposte e creavano scorte di denaro nero. I faccendieri veneti incassavano un compenso calcolato sul volume di affari complessivo. Anche le banche slovacche incassavano laute commissioni.

Per le triadi della mafia cinese l’attività aveva benefici ancora maggiori. Guadagnavano una provvigione generando flussi finanziari dall’Italia a Hong Kong e Shangai. Trasformavano insomma il nero dei loro sporchi affari in certificati di deposito.

Soldi sporchi e bonifici via chat

uno degli indagati per la maxi frode fiscale
uno degli indagati per la maxi frode fiscale

Tra veneti e cinesi la gestione di cassa era bonaria. Il ricevimento dei bonifici era certificato da una foto spedita via chat. Anche i soldi cambiavano di mano con facilità. Gli importi fatturati dalla Cina venivano restituiti in contanti. Ovviamente al netto di una modica percentuale. Questa oscillava tra l’uno ed il tre per cento.

Un vorticoso giro di denaro del quale era Renzo Bertacco a fare da cassiere pagatore. Trattenuto anche il pizzo per i faccendieri veneti le valige di soldi venivano consegnate ai committenti. Quegli stessi che disponendo i bonifici avevano conseguito un illecito vantaggio fiscale.

Secondo il pubblico ministero, Raffaele Tito, il meccanismo avrebbe consentito, in tre anni, l’evasione di dieci milioni di euro di imposte. Nel corso dell’attività illecita, i “faccendieri del Veneto orientale” avrebbero anche riciclato 2,8 milioni di euro.

Le prove raccolte dagli inquirenti sarebbero inoppugnabili. Tanto che almeno tre egli indagati avrebbero fatto delle ammissioni ai magistrati. Non esistendo rischio di fuga o inquinamento delle prove gli arrestati sono stati rimessi in libertà. A fronte delle evidenze raccolte la magistratura ha disposto un sequestro di beni per un valore stimato in dieci milioni di euro. Anche a Bonaveno, che nega ogni addebito, è stata sequestrata una abitazione nel centro di Caorle.

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