“Via della Seta”: così riciclavano dal Veneto alla Cina

Come mai tutte le strade dei caroselli fiscali partono da San Vito al Tagliamento? Cosa lega il riciclaggio di denaro sporco ed i faccendieri del Veneto orientale all’Uomo Nero? E’ davvero Zhang Naizhong la “Testa del Dragone”? Questa nuova indagine è un proseguimento della “Maxi Truffa Fiscale Internazionale”? C’entrano qualcosa anche stavolta Severino Pivetta e Marco Bonaveno?

E’ dei giorni scorsi la notizia della conclusione di una complessa indagine triennale.  Una operazione condotta dalla Guardia di Finanza di Pordenone.  Nell’occhio del ciclone oltre mille imprese del Nord-Est. Queste aziende avrebbero ceduto sottobanco oltre 150mila tonnellate di rottami metallici.

Scarti di produzione, materiali non controllati ed inquinanti, che sono stati fusi negli anni dalle maggiori fonderie lombarde e venete. Per coprire questo immondo traffico migliaia di automezzi hanno viaggiato incessantemente ed insensatamente per il “bel paese”. Un danno non solo fiscale. Ma anche e soprattutto in termini di impatto ambientale.

Il piano diabolico sarebbe opera di due bande internazionali operanti in Veneto, Svizzera, Repubblica Ceca e Cina. Lo schema criminale avrebbe permesso l’evasione fiscale e l’illecita movimentazione di almeno 300 milioni di euro. Secondo le Fiamme Gialle è uno dei peggiori casi di lavaggio di denaro sporco nella recente storia d’Italia.

Un enorme danno per l’erario e l’ambiente

La truffa è iniziata per soddisfare la richiesta di centinaia di committenti. Imprenditori emiliani e romagnoli ma anche lombardi e veneti. La loro necessità era far sparire gli scarti metallici delle attività di produzione. Evitando di corrispondere le tasse relative allo smaltimento in condizioni di sicurezza. E senza curarsi della relativamente costosa certificazione di origine degli rottami ferrosi.

Per ottenere un ingiusto profitto avrebbero insomma danneggiato l’erario ed inquinato l’ambiente.
schema riciclaggio, operazione "Via della Seta"
schema riciclaggio, operazione “Via della Seta”

E’ così che rame, ottone, alluminio e altri metalli venivano raccolti sottobanco dalle società Metal Nordest, Femet ed Ecomet. Quantità corrispondenti erano fintamente acquistate da tre società ceche e slovene: la Kovi Trade, la Steel distribution e la Biotekna. Per chiudere il cerchio una documentazione farlocca che permetteva di spacciare i rifiuti italiani come materiale straniero certificato.

Valige di soldi sporchi e bonifici verso la Cina

Una delle conseguenze di questo traffico era la possibilità di generare false fatturazioni. Le aziende italiane potevano così inventarsi dei costi. Diminuire gli utili e le relative imposte. E vedersi restituiti i soldi a nero. Al netto di una lauta commissione per gli organizzatori del traffico.

Marco Bonaveno
Marco Bonaveno

Attraverso società di comodo intestate a teste di legno ingenti somme venivano trasferite inizialmente in Repubblica Ceca e Slovenia.  A garantire il loro successivo riciclaggio erano alcune società riconducibili alla mafia cinese delle triadi. Queste emettevano ulteriori fatture per giustificare un nuovo flusso finanziario. Soldi veri che dall’est Europa finiva sulle piazze finanziarie dell’estremo oriente.

Sembrerebbe un remake dell’operazione “Maxi Frode Fiscale Internazionale”. Quella che ha portato in galera Marco Bonaveno e Severino Pivetta. Il primo successore ed il secondo confidente del ragionier Loris Colusso. E’ proprio così. Il meccanismo è lo stesso. Ed anche il paese di residenza degli arrestati è lo stesso. San Vito al Tagliamento. La nuova capitale italiana del riciclaggio, che dal nord est veneto, rimbalzando per centro ed est Europa, estende i suoi tentacoli fino all’impero di mezzo.

Le indagini partono sempre da Gaitto e Cina Ingross

Centro Ingrosso Cina Padova
Padova, il Centro Ingrosso Cina

La complessa attività di investigazione, indispensabile a dimostrare gli illeciti e rimandare a giudizio gli indagati, è stata condotta delle Fiamme Gialle di Pordenone, agli ordini del comandante Stefano Commentucci. E stato lui a semplificare, presentando l’indagine alla stampa, il perverso e complesso meccanismo di riciclaggio. Uno schema malvagio che noi vi avevamo già illustrato nelle scorse settimane.

“In sintesi, i cinesi italiani riuscivano così a far arrivare in Cina del denaro eludendo tutte le norme sull’antiriciclaggio, e gli italiani si vedevano tornare indietro i soldi spesi per acquisti fittizi di materiale metallico che servivano a “pulire” quello acquistato in nero da moltissime fabbriche e fabbrichette del Nord-Est”.

Soli sporchi guadagni facili

gli arrestati nell'operazione Cina Truck
gli arrestati nell’operazione Cina Truck

Il vantaggio era enorme per tutti. I committenti italiani pagavano meno tasse e creavano riserve occulte. I tre faccendieri inquisiti incassavano parte dei capitali transati. Commerciando, allo stesso tempo, materiale ferroso di provenienza illecita. I cinesi trasferivano legalmente in patria i proventi dei attività illegali. Sbarazzandosi del denaro contante che a loro risultava scomodo gestire altrimenti.

E’ proprio il contante che ha portato gli inquirenti a sgominare questo nuovo traffico. L’osservazione dei conferimenti di contante da parte dei cinesi che ruotano intorno al centro Cina Ingross di Pordenone. Secondo l’accusa erano soldi macchiati di sangue. I proventi del traffico di metanfetamina sintetica, del traffico di esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione.

Per questo gli investigatori mantengono il riserbo sull’origine e su ogni possibile sviluppo delle indagini. Le indiscrezioni però trapelate sembrano suggerire che la Guardia di Finanza stia cercando di incastrare il boss cinese che ha garantito agli italiani il riciclaggio e l’incasso di 150 milioni di euro di denaro contante.

La “Testa del Dragone” è “l’Uomo Nero”

Ma incastrare il capo dei capi sarà difficile. E’ logico ipotizzare che a mantenere i contatti e coordinare le operazioni sia stata una figura di medio livello. Un uomo di fiducia ma sacrificabile. Ma a tirare le fila di questo traffico deve per forza essere stato la “Testa del Dragone” ovvero il capo assoluto delle triadi.

Anche gli investigatori sanno, che da anni, a rivestire questo ruolo in Italia è Zhang Naizhong, soprannominato “l’Uomo Nero”. Il suo ruolo di capo indiscusso è evidente dal 2010, quando il suo intervento ha posto fine ad una faida che ha prodotto una quarantina di omicidi.

Solo sotto il segno del suo comando le triadi avrebbero infatti raggiunto una “pax mafiosa”. Ma è troppo scaltro per seminare in giro prove a suo carico. E nessun cinese sano di mente testimonierebbe contro di lui per puro spirito civico.

Zhang Naizhong, la testa del drago
Zhang Naizhong, la testa del drago

Per questo, nonostante sia stato arrestato nel 2018 oggi è a piede libero in attesa di giudizio per altre marachelle le cui conseguenze legali non sembrano impensierirlo. Ciò nonostante anche il procuratore antimafia Federico Cafiero de Raho ha confermato in sede di audizione al “Comitato Schengen” che l’attività dell’organizzazione dell’uomo nero risponde a metodologie identiche a quelle della mafia e della ‘ndrangheta.

I suoi compari faccendieri del “Veneto orientale” sconteranno certamente anche per lui. Ma intanto, caduto il rischio di inquinamento delle prove e la possibilità di una fuga all’estero, si trovano tutti agli arresti domiciliari.

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